ho finito appena appena questo libro, il primo  di una giornalista scientifica americana, Amanda Gefter. Il libro è uscito a inizio 2014 negli stati uniti, ma in italiano è uscito da poco, per Cortina editore.

le cose che mi hanno colpito sono due in qualche maniera opposte. Anzi tre. Anzi no, quattro:
1. questo libro spiega la fisica. La spiega sul serio, non fa finta di spiegarla. Non usa per niente matematica, questo no, ma spiega anche i concetti complessi e li spiega quasi sempre molto bene. Mi trovavo spesso a pensare a perché mai nessuno mi avesse detto che si può arrivare a capire parecchia fisica anche senza sapere cos’è una derivata. Avresti dovuto capirlo da solo, mi rispondevo.
2. l’autrice, che credo abbia grossomodo la mia età, non ha mai studiato fisica, né matematica, né nessuna scienza, non all’università per lo meno: ha solo letto una marea di libri, partecipato a conferenze, soprattutto a quelle più importanti, parlato direttamente con la nomenclatura della fisica teorica contemporanea. E ha capito un sacco di cose. _ah, allora è così che funziona questa cosa_ mi è passato dalla testa troppe volte per non attentare alla mia malconcia autostima: dopo 5 anni di università e 3 di dottorato in cosmologia, dover farsi spiegare la fisica teorica da una coetanea autodidatta non è piacevole. Ma tant’è.
3. sarà una banalità, ma è incredibile la forza che può dare una passione vera, una curiosità vera. E in questo libro lo si percepisce molto bene.
4. avere un padre intelligente e curioso può fare tutta la differenza

Il libro non è il solito libro di fisica divulgativa, con ogni capitolo dedicato ad una materia e via dicendo, è in pratica un’autobiografia, una storia che raccanta di come l’autrice, con la complicità fondamentale di suo padre (che è senza dubbio l’Eroe della storia),  ha prima maturato e poi portato avanti il sogno di comprendere la realtà. Avete capito bene: comprendere come funziona l’universo. Anzi, la specifica domanda da cui tutto parte è come definiresti tu il nulla? Amanda porta avanti questa missione personale credendoci in un modo che è per me del tutto inconcepibile e che rasenta spesso e volentieri l’ossessione. La sua passione per la comprensione della realtà ultima (qualsiasi cosa voglia dire) è in qualche modo contagiosa, almeno per la prima parte. Non vuole fare la scienziata, non vuole vivere facendo ricerca su queste cose, lei vuole una cosa sola: capire. Amanda finisce per partecipare a grosse conferenze di fisica teorica (quelle con i nomi che contano) e andare, con un’ingenuità davvero invidiabile, da personaggi come Andrei Linde, John Wheeler, Kip Thorne, Wojciech Zurek e vari altri, con domande sui fondamenti stessi della fisica teorica, sulla loro opinione su alcuni problemi aperti o punti contrastanti. Domande che leggendo il libro mi sono mangiato le mani per non aver mai posto a nessuno: quando si studia della matematica complicata e si passa tanto tempo sui dettagli, andare a porre domande sulle basi ti fa sentire come se non avessi capito nulla: ‘come, queste sono le basi, non posso andare a domandare proprio questo, ci sono tante cose molto più complicate che posso chiedere’, niente di più sbagliato: le domande sui fondamenti sono spesso le domande migliori!
Forse –ho pensato, cercando una giustificazione alla mia ingoranza– l’autrice aveva una posizione vantaggiosa: quella dell’outsider. L’outsider non si vergogna a fare domande ‘banali’, tanto non è tenuto a sapere nulla, e tra varie domande banali* ci cascano anche quelle che sembrano banali, ma in realtà nascondono problemi grossi e veri; non solo, ma non potendo appoggiarsi sulla matematica ha bisogno, per capire, di farsi immagini mentali, di scavare nelle cose a volte più a fondo di qualcuno che può semplicemente farsi bastare un ‘l’equazione dice così’. Ovviamente queste sono solo giustificazioni per attenuare un po’ il colpo (vedi punto 2).

Questi i motivi per cui il libro mi è piaciuto. Veniamo ai lati negativi.
Ce ne sono almeno due:1. Amanda Gefter e il padre, con questa loro missione un filo ambiziosa di ‘capire la realtà definitiva delle cose’, puntano l’accento su molti problemi affascinanti di fisica teorica, ma danno visibilità soprattutto a quelli in qualche modo speculativi. Voglio dire, è affascinante chiedersi ‘qual è la realtà ultima delle cose’, ma, sempre che questa domanda abbia un senso (Zurek –uno dei maggiori esperti di fondamenti della meccanica quantistica– al sentir nominare ‘realtà ultima’ non riesce ad esimersi dal chiedere, un po’ annoiato, ‘cosa significa realtà ultima?’), non c’è nessuna risposta, di certo non oggi, e –vi do una notizia– non ci siamo nemmeno lontanamente vicini. Ci sono teorie –o abbozzi di teorie– che vanno a scavare in quella direzione, ma i dati sperimentali su queste teorie sono del tutto assenti e, per quel che si sa, con ogni probabilità lo saranno per molti e molti anni (decenni? secoli?) a venire. Ora, io non dico che non bisogna fare ricerca in questa direzione, guai mai! dico solo che quando se ne parla bisogna avere molta molta cautela di quel che si dice, e sottolineare non una ma dieci volte che tutto quel che si sta dicendo poggia su basi sottilissime, spesso risultati matematici ottenuti con assunzioni parecchio discutibili, a volte la matematica stessa che si utilizza è discutibile, sono esplorazioni largamente fuori dal ‘recinto sperimentabile’ e se vogliamo continuare a chiamarla Scienza dobbiamo stare attentissimi a cominucare tutti i minimi dettagli di quel che si sa, quel che non si sa, quel che è ragionevole, quello che forse potrebbe essere così ma chissà, quello che ‘quel professore pluridecorato dice così, ma ci crede un po’ solo lui’ e così via. Insomma, sembra che l’autrice si lasci trasportare dal fascino di ‘capire la realtà ultima’ senza stare molto attenta a dove poggia i piedi, né a comunicarlo al lettore.
2. John Archibold Wheeler —questo, uno dei più grandi fisici del ‘900 (bè anche dopo a dire il vero, è morto nel 2008)– è descritto un po’ come un santone ispiratore, un guru spirituale, qualcuno che in qualche modo aveva accesso alla realtà ultima e poi la distribuiva sotto forma di piccoli enigmi nei suoi scritti e discorsi, una specie di Nostradamus della fisica. Ecco, forse è questo che mi ha dato fastidio: l’autrice in acluni punti sembra parlare di fisica e dei fisci come si parlerebbe di una setta religiosa, con la stessa ossessione da militante religiosa, con la stessa idolatria, con lo stesso culto delle personalità. 3 (sì sono tre) si arriva ad un punto (‘si’ vuol dire ‘io’) che non se ne può più, troppo, basta. Ho saltato parecchie pagine di rigiramenti su concetti complicati e spesso un po’ troppo speculativi per i miei gusti, e ho ripreso a leggere verso la fine perché si parla un po’ (e bene) di Carlo Rovelli e mi ha ricordato i vecchi tempi (anche se scrive Marseilles invece che Marseille).

Dopodiché, il libro è scritto bene e appassiona, tant’è vero che sono andato a ripescare libri di gravitazione e fisica quantistica che ho dovuto spolverare prima di aprire. Dunque *consigliato* con consiglio anche di saltare pagine se ci si annoia (dopo la metà il rischio c’è), e considerate che gran parte delle cose negative che ho detto, come si suol dire, è tutta invidia.

*Io non condivido il principio del ‘non esistono domande banali, solo risposte banali’. Le domande banali esistono eccome. Certo, il principio è buono per invogliare a fare più domande possibili, che è una buona cosa e molto utile, non solo per chi la domanda la fa, ma spesso anche a chi risponde e a chi ascolta.