Per mia fortuna non vado spesso dal medico di base. Ieri ci sono stato, non foss’altro perché l’ho cambiato da poco e non mi ero ancora ‘presentato’. L’orario di visite cominiciava alle 15. Io, lungimirante, mi sono presentato alle 14.35.
Sono uscito alle 17.30 con una visita di sì e no 15 minuti. Fors’anzi 10.
Perché non sono scappato? Vari motivi, tra cui il fatto che il mio medico sta a Imola e io (ora) lavoro a Pisa (anche questo meriterebbe spiegazioni). Com’è come non è sono rimasto.
Peraltro, pensando di fare presto, non mi ero portato né il portatile su cui lavorare e nemmeno articoli da leggere. Avevo però con me il lettore di e-book (qual è il nome? e-reader non mi piace mica, lettore elettronico meno ancora, libro elettronico? per non parlare di e-lettore..) con dentro un sacco di cose comprate, cominciate e lasciate lì in attesa, molte delle quali entrate nell’oblio più totale, alcune su argomenti che mi interessavano quando li ho comprati ma che ora chissenefrega. Tra gli altri c’era anche Sotto Controllo, di Cristina Da Rold, questo, che ho comprato poco tempo fa. Parla di e-health, sanità e salute ai tempi di internet (e non solo di internet). Mi è parso ben confacente alla situazione. Ne ho letto un bel po’. Non l’ho finito perché poi mi son messo a cercare sul telefono tutti quanti i siti e soprattutto i profili twitter suggeriti qua e là nel libro. E, si sa, un profilo twitter tira l’altro. Ora ho addirittura una lista twitter che si chiama med con una serie di tizi, italiani e non, che scrivono e si occupano a vario titolo di e-health. Insomma, questa roba mi ha preso.
In realtà, anche se questo rovina un po’ la storia (mi piacciono assai le storie, ma le immolo spesso e volentieri se sono false dando a bere che sian vere), in realtà –dicevo– a me questa roba interessava anche prima. Che poi non ci avrei comprato il libro sennò (-> discutibile). Anzi, che qualche mese fa avevo sentito sul podcast booklab (@booklabpodcast, un piccolo podcast in cui due giornalisti scientifici americani raccontano ogni volta un paio di libri di divulgazione della scienza freschi freschi) recensire un libro di Eric Topol: The patient will see you now, questo. Io non avevo mai sentito nominare questo Topol (devo anzi confessare che per capire che il nome era questo è servito google, perché per quanto vada predicando che l’inglese americano è chiarissimo, sui nomi propri ho qualche defaillance), che poi ho scoperto essere uno dei nomi di riferimento dell’e-health. Insomma, questo Topol nel libro (che volevo comprare ma il mio cervello riesce ancora a porre un saltuario e flebile veto all’indice cliccante per gli e-book che costano più di 10 euro) disegna scenari di una sanità futura a volte azzardati (vado a memoria dal podcast, vi avviso) e un po’ troppo ottimisti sulle magnifiche sorti e progressive. Però, e qui torniamo al me che entra dal medico e chiede _scusate chi è l’ultimo dalla dottoressa X?_, gli va dato atto di una cosa: l’esperienza di un cittadino (italiano?) medio con una visita medica è qualcosa che stona di quel poco con l’anno di grazia 2016. Un po’ come andare allo sportello bancario, con una differenza: che allo sportello bancario non ci va più nessuno. Appunto. Quello che dice Topol (o forse lo dicevano i due giornalisti a commento, non ricordo) è che l’esperienza medica è rimasta pressoché la stessa di 50 anni fa. Va da sé che non sto parlando della tecnologia medica, o della ricerca medica: quella sì che è al passo con i tempi: sto parlando del modo di fruire del sistema sanitario. Quando andiamo dal medico di base per un’influenza incipiente è un po’ come se di colpo smettessimo gli abiti del XXI secolo, via il telefonino, via il portatile, via internet, e ci vestissimo da XX secolo, a chiedere per favore chi è l’ultimo, a perdere ore insieme ad altri malati o presunti tali per farci dare la ricetta di un antibiotico o per la richiesta di una visita (un’altra, quella vera, si spera) dallo specialista.
Nella mia regione, l’Emilia-ROMAGNA, si dice che siamo all’avanguardia nella sanità. Noi abbiamo pure il Fascicolo Sanitario Elettronico. Io lo uso, e finalmente sento una ventata di XXI secolo insinuarsi pian piano nel modo di prendere appuntamenti. Ci sono due però:
1 è che è solo una brezza leggera, perché poi quando vai all’ospedale a fare la visita o l’esame o quel che è, se ti dimentichi a casa l’impegnativa del medico è l’impasse: mani nei capelli e terrore nel dover decidere se mandare a casa il paziente (_come faccio io a farle l’esame se non so nemmeno perché lo deve fare?_) oppure se provare pietà  di fronte al paziente sprovveduto (_ma quindi come faccio? ho anche già pagato.._) che non ha pensato che _l’impegnativa del medico è la cosa più importante!_
2 la gente non lo usa! Sì, avete capito bene, invece che andare su un sito, fare due click e avere sotto gli occhi tutti i posti disponibili di qui a sempre per quell’esame in tutte (no, per ora solo alcune, ma lasciatemi divertire) le ASL della regione, prendere l’appuntamento da lì, seduti, e poi anche poterlo rimandadre sempre con un click, e scegliere un’altra data, e poi potere anche pagare da lì, con lo stesso dito di prima, senza dover bestemmiare (per chi bestemmia) in fila all’ospedale oppure, per i più tecnologici, alle macchinette che non leggono mai quel cavolo di codice a barre (non è vero, ma vedi sopra). Non chiedetemi i numeri che tanto non me li ricordo e comunque non sono bravo a darli, ma vi assicuro che ho letto percetuali irrisorie di utilizzo, irrisorie soprattutto se contiamo la spesa che è servita. Ma perché non lo usano? Credo che i motivi siano almeno due: 1 molti non lo sanno: io pure l’ho scoperto qualche anno fa col passaparola, ma davvero molti non lo sanno. Il mio medico di base non me l’ha mai detto e quello nuovo sembrava a mala pena sapere che esistesse quando io gliene ho parlato. Dunque: grave carenza in outreach si direbbe in ambito scientifico, marketing in ambito economico/business/fighetto, pubblicità per tutti gli altri. 2 ma questa è una diagnosi personalissima e tutt’altro che confermata sperimentalmente: la distribuzione di persone che usufruisce della sanità pubblica (anzi, della sanità e basta) è, vivadio, centrata su un’età piuttosto alta. Ergo, abbiamo a che fare con dei conservatori per anagrafe. La sanità è un campo in cui l’utilizzatore medio è anziano, e ha sempre chiesto chi è l’ultimo dal medico ed è sempre andato in farmacia a chiedere di prendergli l’appuntamento dallo specialista. Non vede il motivo di complicarsi la vita con internet. Senza contare (ma contiamolo va’) che la salute non è propriamente l’argomento su cui si tende ad essere più aperti al nuovo. L’errore di ragionamento, come quello di tutti i conservatori, è di non capire che la vita sarebbe facilitata e non complicata. Certo, se uno non ha nemmeno un computer a casa, allora la cosa diventa più difficile. Ma qui si entra nei problemi dell’Italia e non della ‘semplice’ sanità.
In ogni caso, io leggevo il mio e-libro di Cristina Da Rold (che –almeno fin’ora– è piacevole, cita le fonti (!), dà un sacco di informazioni aggiornate (il libro è di fine 2015 mi pare) e soprattutto fa pensare a quante cose facciamo solo perché ‘si è sempre fatto così’, specie in questo campo così importante per la vita di tutti), che poi se ne va a spaziare sulla m-health, che sarebbe poi la parte che mi interessa di più, perché si tratta di utilizzare le app dei telefonini oppure i cosiddetti wearable, cioè aggeggi da indossare, per monitorare vari nostri indicatori, dal ritmo cardiaco, alla pressione, la glicemia e così via, e con tutti questi dati, e magari aggegando tutti i dati di milioni di utilizzatori nel mondo, riuscire a dire al paziente, che non è ancora paziente ma semplicemente un tizio con un telefonino _senti è meglio che vai a farti vedere da un cardiologo_ oppure _oggi sei proprio in forma_, oppure permettere di fotografarsi un neo sospetto e farsi dire, direttamente dal telefono (che lo confronta con tutti i nei di migliaia di persone di cui sa come sono evoluti eccetera, insomma macinando molte più informazioni –sia su quel singolo paziente che sulla ‘media’ di tutti gli altri– di quante potrà mai avernre un solo medico in tutta la carriera), se è il caso di farsi vedere o meno da un dermatologo, e magari inviare direttamente la foto ad un dermatologo del sistema sanitario*. E voglio che sia molto chiaro: questo scenario trova ostacoli principali nella privacy delle persone (tutti quei dati raccolti, aggregati e analizzati) e forse nei sensori di raccolta delle informazioni, non certo nella possibilità di un algoritmo di fare una (pre-)diagnosi, perché quella è fuori di dubbio.

Bene, il libro devo ancora finirlo, e ho solo accennato allo scenario di gran lunga più interessante dell’e-health, che non è quello di prendere gli appuntamenti via internet (che è, tutto sommato, un cambiamento minore e quasi già vecchio) ma quello di cambiare radicalmente il rapporto tra paziente e diagnosi, tra paziente e quello che deve fare per monitorare la sua salute e capire quando è necessario affidarsi ad uno specialista. La capacità di prevenzione che si potrà acquisire sfruttando aggeggi che ci monitorino 24 ore al giorno (cosa che fino a pochi anni fa era impensabile) ha la potenzialità (il che non vuol dire ahimè che accadrà) di ridurre drasticamente il nostro bisogno di andare fisicamente dal medico, sia perché –e questo lo sanno tutti, visto che quelli di mentandet sono stati bravi nel marketing–prevenire è meglio che curare, sia perché eviteremo di andare dal medico ad ogni sospetto. Potete solo immaginare quale risparmio economico ci potrebbe essere in una società dove è il telefonino a fare la prevenzione.

Le potenzialità che le nuove tecnologie (non parlo di alta tecnologia, come in LHC o LIGO, che comunque ha dato e darà grosse spinte anche all’alta tecnologia medica –ad esempio nella cura dei tumori so che si cominciano ad usare dei fasci di protoni o ioni pesanti invece che raggi gamma o beta, perché sono molto più ‘concentrati’ -il cosiddetto massimo di Bragg– e quindi danneggiano meno i tessuti sani circostanti, e questo è possibile grazie alla conoscienze tecniche maturate dentro LHC– parlo banalmente di internet e telefonini) aprono nel mondo della sanità sono veramente rivoluzionarie. Le più grosse multinazionali del mondo (IBM e Google solo per citarne due) stanno investendo capitali su questo. Saranno sempre più necessari programmatori che ne sanno di medicina, o ancora meglio medici che siano anche data scientist, cioè che sappiano mettere le mani sui dati, fare analisi statistiche e scrivere algoritmi per estrarre dai dati delle informazioni, delle diagnosi. Cioè le potenzialità rivoluzionarie non sono solo per i pazienti, ma anche per il mestiere del medico.

Ci sono anche altre direzioni in cui l’e-health ha qualcosa da dire, per esempio le diagnosi o anche le cure in remoto, oppure piattaforme di conoscenza condivisa sulla salute e sulle malattie, ma non è che posso stare tutto il giorno a scrivere (magari!). Però è un argomento affascinante, un angolo di società dove ancora la modernità deve arrivare, e sta arrivando.

*Certo, c’è da perderci un po’ di contatti umani. E questo è un lato negativo, è vero. Però ci sono due però:
1 col tempo che si risparmia dal medico si possono avere altri contatti umani, anche migliori (o anche peggiori, per carità)
2 non vorrete mica dirmi che siete di quelli che fanno la fila dal casellante per potergli dire buonasera?!