non so voi, ma io funziono così: ogni tanto, in maniera che parrebbe del tutto casuale, dal bombardamento di informazioni che incasso (e incassiamo tutti) ogni giorno, da direzioni le più sparpagliate (per quel che mi riguarda: prevalentemente radio e giornali online), una di queste attecchisce. Dico attecchisce perché la metafora vegetale mi pare che fili. E poi perché mi piace.
Una volta attecchita (la metafora sarà pure carina, ma ‘attecchita’ proprio no) il gioco funziona che mi metto ossessivamente a cercare informazioni sulla cosa in questione. Forse ossessivamente è esagerato. Sì, lo è. Diciamo che mi informo con zelo. Ma vedete che la mia è curiosità vera eh, cioè non lo faccio perché mi piace fare il saputello (bè, un pochino ci sarà ben anche questo): è che lì per lì quella roba mi affascina e non vedo altro modo migliore di impiegare il tempo che impararne il più possibile e anzi mi chiedo perché mai, fino a quella pallonata scagliatami gentilmente da chissà quale programma radio o affini, io mi fossi accontentato del vivere nella totale ignoranza in materia. _Mi perdevo un mondo intero_ penso. Un po’ come scoprire una nuova dimensione, o, più prosaicamente, assaggiare un piatto (o — forse meglio — un tipo di cucina) che non avevi sentito mai e ti sembra piacere un sacco.

Ma andiamo di esempi che anche l’attenzione vuola la sua parte.
In questi giorni pasquali (certo che la pasqua è un giorno solo, ma ci siamo capiti) mi sono abbuffato di vino. E non letteralmente ma letterariamente. Ne ho solo letto, in pratica. Che poi non è vero perché: 1. ne ho anche bevuto (ma quello l’avrei fatto ugualmente), e poi 2. ho guardato anche un sacco di video. Va detto en passant (dopo giorni di viticultura qualche francesismo me lo scuserete) che il fatto che l’attecchimento arrivi in concomitanza con giorni di festa (festa cazzeggiata e non festa viaggiata) aiuta anzichenò la germogliazione.
E vedete che il germoglio-vino ha seguito a ruota il germoglio-calvados che a sua volta aveva seguito il germoglio-whisky. C’è del metodo, direte voi. Non posso che concordare (qualche goccia di logica in mezzo a cotali alcoli riesce ancora a dire la sua). Forse che forse trattasi in fondo di un’unica pianta che ha figliato? Ma insomma, non divaghiamo.

Volevo dire che poi, una volta passata l’ubriacatura, non è detto che resti granché. Ed è qui che si vede la differenza: alla prova del tempo (la PAI = persistance aromatique intense, direbbe il sommelier*) solo le piante più robuste resistono. Muoiono le altre. Per cui, nella testa, ho un cimitero di povere piantine morte, per colpa mia poi, perché non le ho tenute curate (non volevo sentirmi in colpa, ma me la sono cercata). Ricordo ancora con smacco avide letture sulla cultura cinese entrate da un occhio e uscite dall’altro, oppure un libro sui geroglifici rimasto a maturare sul comodino (di chissà quale casa, peraltro). Questa del vino-calvados-whisky durerà? Who knows**

Ad ogni modo, non so come funzioniate voi, ma a me questa storia che gli interessi mi si attacchino addosso a caso prima di tutto mi affascina, poi un po’ mi turba, e a volte mi disturba proprio. E mi viene da fare il paragone con l’era precedente (quella internet-free), che, in questo contesto, era un altro mondo per due questioni (Achtung: banalità in arrivo):
A. rivoluzione copernicana (o effetto maometto) delle informazioni: ora siamo noi bombardati, allora bisognava cacciarsele
B. quando un’informazione attecchisce e te ne vuoi abbeverare: ora c’hai una cascata a portata di dito, allora…già, come si faceva allora?
Peschiamo dall’autobiografia:
Da pischello raccoglievo informazioni sui Nirvana (da cui il litio, n.d.a.). I ferri del mestiere erano:
1. copiare le cassette di amici più ricchi che se le erano comprate (sìsì, le cassette)
2. fotocopiare libri di amici più ricchi che se li erano comprati
3. leggerli direttamente in libreria (la biblioteca non mi era venuta in mente, forse non sapevo nemmeno che esistesse)
4. ore alla radio o su MTV — no, anzi, era telemontecarlo (!) — col ditinio — il dito è sempre quello — sul pulsante REC in trepidante e frustrante attesa
5. farsene una ragione
(non voglio nemmeno pensare a quante robe potrei sciropparmi dei Nirvana impiegandoci ora lo stesso tempo)
Il punto A riguarda l’attecchimento, il B la crescita più o meno rigogliosa della pianta.

Visto di primo acchito (sì, lo sto usando solo per assonanza con ‘attecchito’, e me ne compiaccio), potrebbe sembrare che gli interessi-2.0 (che a volte trovate anche come e-nteressi) abbiano una marcia in più, anzi più d’una in più. E questo è un po’ vero, non c’è che dire, ed è anche una delle cause del mio turbamento (si chiama invidia verso le nuove generazioni).
C’è anche un piccolo contro-argomento, che è questo: il troppo stroppia. Non c’è nemmeno da spiegarlo***: dopo un po’ che guardi video su youtube (che dio lo benedica) con tizi (spesso con una leggera nota di assurdità) che spiegano la differenza tra un bordolese e un bolgheri, e vedi nella colonnina a destra che ce ne sono lì belli e pronti altri 17mila (magari migliori di quello che stai guarando? qui sta il dilemma) ti passa in fretta. Un po’ perché, da che mondo è mondo, l’abbuffata crea nausea. Un po’ perché tanto sai che lì dentro c’è sempre tutto quello che vuoi, ad aspettarti, per quando ti tornerà sete. Se torna.
Dunque: molte più possibilità, ma anche molte più possibilità sprecate.
E c’è un secondo contro-argomento: le cose guadagnate hanno un sapore migliore. Anche questo non c’è da spiegarlo.
Forse il conto chiude in pari, che dite? (a mio modesto: no; da cui il rinnovato fascino+turbamento)

Altra causa del turbmento (che, diciamolo, sarà pure motivato ma è ben subdolo invidiare le opportunità dei nuovi arrivati, tanto più che non è che io abbia un piede nella fossa) è questa sensazione di total khéops nell’imbattersi in qualcosa che potrebbe diventare un interesse e — pourquoi pas ? — una passione addirittura. Intendiamoci, non che nell’era passata il caso fosse meno casuale, ma almeno lo sembrava di meno. C’era più un’idea di: io mi leggo l’Unità e il Manifesto, e le informazioni le pigliavi di lì. Poi, perché avessi scelto di leggere l’Unità e non qualcos’altro, anche se ti pareva una scelta oculata (ed evidentemente giusta), la verità è che non lo era punto. Adesso ci sono milleuno rimbalzi e com’è come non è finisci davanti ad un tizio (con una spiccata nota di assurdità) che ti spiega che il bicchiere per berci il vino va avvinato (dicesi avvinare: lavare il bicchiere pulito con un po’ dello stesso vino che ti accingi poi a berci) altrimenti non sai il rischio di impuzzarlo (il vino) con l’odore del bicchiere!**** e ti chiedi come ci sei finito lì, tu che ascoltavi i Nirvana.

Poi pensi che erano tipo 20 anni fa. E allora torni al tuo bel ferro 5. di cui sopra.

(tra parentesi vorrei dirvi che total khéops, come i più curiosi di voi avranno visto o già sapevano, è il titolo di un romanzo noir di Jean-Claude Izzo, peraltro stupendo. L’ho letto parecchi anni fa — 7 — ma mi pare di ricordare che lui, il protagonista, beva Pastis — con poca fantasia a Marsiglia — e fors’anche vino. Però quel romanzo, ed in generale la trilogia marsigliese di Izzo, mi ricorda i gialli di Carlotto, quelli dell’Alligatore — peraltro stessa casa editrice — dove invece lui cosa beve?)

–note appiedipagina–

*grasse risate quando ho scoperto — cioè adesso — che tanta odierna sciccheria (come si scrive?) è affidata ad una parola che significa(va): quello che porta le bestie (soma). Ironia del linguaggio.

** avessi pensato Qui sait forse forse. Certo c’è qualche chance per il whisky.

*** odio quando dicono: non c’è bisogno di dire che X, e poi vanno via di X come niente fosse. Lo sto per fare.

**** sto scherzando (ci provo). Questa cosa dell’avvinare ha effettivamente senso, in alcuni casi/contesti. E questa è l’ultima nota (di assurdità?), promesso.

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