come si diceva poc’anzi qui, ultimamente leggo di vino. Quando ci si affaccia a questo mondo, una delle prime cose che si incontra è la degustazione.
Ora, quando si dice degustazione la prima immagine che mi viene è un salone agghindato con tanti personaggi sparpagliati e benvestiti (o che almeno ci hanno provato) con un bicchiere in mano, volto serio e aria intenditrice, come a fare chissà quale sforzo intellettuale, mentre alcuni (gli intenditori) — finito lo sforzo — cominciano con l’elenco dei profumi, rosa canina marasca liquerizia pepe bianco, con l’amico di fianco che annuisce o finge di farlo. Quella roba lì insomma.
E c’è del vero.
Leggendone però, uno (nella fattispecie io) in parte si ricrede. Non è proprio che si ricreda, perché quella immagine rimane, ma capisce che, grattando un po’ l’immagine, sotto c’è qualcosa di interessante. Questo capita a dire il vero quasi sempre.

Ad ogni modo, volevo parlare del concetto di degustare. In generale. Nel senso
Degustare = quando interagisci con qualcosa, cercare di capirla, di studiarla, analizzarla, prestandole concentrazione, cura ed attenzione

Due cose saltano in mente da una degustazione definita così
1. si può degustare un po’ tutto, anche una persona
2. non bisogna esagerare, altrimenti da vita diventa professione / tecnicismo

Occhio: tecnicismo non è una parolaccia. I degustatori di professione che dentro un bicchiere di Borgogna ci sentono il pepe nero non stanno facendo i fighi (bè, certo, alcuni sì: in quel caso è una parolaccia): se sono professionisti seri, loro il pepe nero ce lo sentono eccome, e anzi c’è (esistono le analisi chimiche per dire quali sostanze volatili sono presenti nel Borgogna e nel pepe nero, non so quanti studi ci siano in merito, ma ad ogni modo dovrebbe essere semplice verificarlo).
Se faccio un paragone col mondo della scienza: un conto è appassionarsi di scienza, sapere per esempio che cos’è il Big Bang, o come funziona il sistema solare eccetera, un altro è conoscerne e saperne manipolare la matematica che ci sta sotto. Quando si va seriamente alla matematica allora si va sul lato tecnico, non si sta più ‘gustando’ la scienza, ci si sta lavorando. Ancora: a volte (non sempre) quando si ‘va sul tecnico’ si perde un po’ di vista la visione d’insieme, e bisogna riposare un po’ gli occhi per riuscire a vederci di nuovo bene da lontano, per riuscire a gustarsi davvero il bicchiere di vino senza utilizzare tutte le energie nel discriminare quali odori si senteno e così via. Altrimenti si rischia un esercizio di stile un po’ sterile.
Ripensandoci, il punto 2 forse è proprio questo: riuscire sì ad analizzare a fondo quello che si sta assaggiando ma lasciando libera una buona parte dell’energia che si sta impiegando nel gesto: libera di pensare, ad esempio, a quanto è buono, al piacere che si sta provando, a guardarsi un po’ da fuori insomma (una specie di analisi+meditazione…mi sa che sto esagerando).

Com’è come non è, io a dire il vero volevo parlare più del punto 1.
Mentre leggevo di quali sono i modi migliori di degustare un vino, di come leggerne l’aspetto, l’odore e poi il gusto/tatto (ossia i tre pilastri della degustazione) ero in treno, e, poco avanti a me, si era da poco seduta una ragazza, che ora parlava con un’amica. L’amica non la vedevo ed è solo una comparsa nel racconto (non me ne voglia). Io guardavo la ragazza, era carina. Aveva un piumino leggero (come darle torto: è un fine aprile insolito) verde chiaro, quasi sbiancato, e appena seduta si è sciolta i capelli (scuri, ma non neri, e molto lunghi). E io la guardavo, e pensavo che aveva un viso forse non particolarmente bello, di certo non appariscente, ma molto dolce, e uno sguardo gentile. Anche da come sorrideva, da come muoveva le mani, da come parlava (per quanto non sentissi la voce), ho pensato che doveva proprio essere dolce e gentile. E, insomma che ve lo dico a fare, mi piaceva (per la cronaca: lei non ha mai nemmeno girato lo sguardo verso di me). Poi è entrato un ragazzo (sempre in treno), ha buttato la borsa nella cappelliera, si è guardato attorno attraverso i suoi occhiali da sole con un sorriso immobile e appena accennato, si è tolto il giubbotto di dosso e si è seduto. Questo mi sembra un po’ stronzo, ho sentenziato.
E poi ho rimesso gli occhi sul mio libro, pensando di avere testè abbozzato una degustazione umana. Certo, mi ero fermato ad una fugace e ben poco approfondita analisi visiva (nel primo caso: ahimè), ma tant’è: avevo analizzato l’aspetto e i modi di guardare e muoversi cercando di capirli e di usarli come indizi per dedurne la sostanza.
(e spesso funziona assai: non tanto l’aspetto quanto i modi di guardare e muoversi parlano moltissimo di come si è fatti)

Va bene, avete ragione, ci sono mille e mille differenze vino-persona (tipo che non si può essere a propria volta degustati dal Borgogna), ma le somiglianze nell’approccio non le schiferei. Ho osservato lo sguardo della ragazza e ho subito pensato alla dolcezza e alla gentilezza. Sono aggettivi e lasciano di certo il tempo che trovano nel descrivere una cosa tanto complessa come una persona, ma è un modo di semplificare, di etichettare, che, nel suo significato nobile, serve a mettere ordine, a capire.
Allo stesso modo si dice di un vino che è morbido o rotondo (di una persona non sarebbe carino dirlo, ma lo si pensa), oppure pallido o acido o fresco, o pieno. E così via. È per capire. Per gustarlo meglio.

E pensavo allora che, come filosofia generale, la degustazione non è male per niente. Nel senso di cercare di capire e analizzare quello con cui interagiamo, cercare di dargli attenzione, di non farcelo scorrere addosso. Ma non troppo, o almeno non solo. Insomma, non da diventare lo psichiatra del regionale veloce.