ho finito di leggere una biografia di Rossini, questa. Nonostante sia scritta non molto bene e con un po’ troppe opinioni non petitae, il biografato ne esce a testa alta.
Ma volevo fermarmi solo su una piccola cosa: uno scambio tra Rossini e Wagner. Si incontrano a Parigi, casa Rossini (rue de la chausseé d’antin, se vi interessa, subito dietro all’Opéra Garnier; per i più voyeristi: si vede la targa pure da google maps). Rossini, allora,  era il sovrano indiscusso della musica occidentale, famoso, omaggiato, ricco e via discorrendo. Era anche depresso, ma questo ora c’entra poco.
Non ve lo sto nemmeno a dire che un colloquio Rossini-Wagner è un po’ come mettere ad un tavolo Voltaire e Byron, Michelangelo e Caravaggio, Giotto e Brunelleschi, Proust e Céline: l’equivalente di uno scontro tra civiltà, ma a misura di salotto parigino. Cose che capitano raramente.
Peraltro i due personaggi in questione, lasciando perdere illuminismo vs. romanticismo, sembrano fatti apposta per odiarsi: uno ironico fino a non prendere nulla sul serio (men che mai se stesso), l’altro che di secondo nome faceva ‘autostima’; uno leggero (non di fatto) e allegro, l’altro pesante e solenne. (si è forse vagamente capito per chi tiferei. nel dubbio, vedi immagine sotto)
E invece, anche se può forse sorprendere –ma solo superficialmente– i due si piacciono molto. Chiacchierano amabilmente. Da parte tedesca, va detto, c’era anche un certo incentivo alla piaggeria, visto che stare simpatici a Rossini poteva fare la differenza a Parigi, specie se di mestiere scrivevi opere liriche. Da parte italiana la cordialità era un po’ meno scontata, ma pare che Rossini fosse persona di buon cuore, ottimo direi, e generoso e molto aperto verso il nuovo –checché se ne dica– pur ben sapendo che il nuovo non era lui. Questo almeno si evince da quel che ho letto.
Ad ogni modo, veniamo al dunque.
«quanto al pubblico, influenza i compositori o sono i compositori a plasmare il pubblico?» chiede Wagner. Ma, per lui, la domanda è retorica: è ovvio che il gusto del pubblico va educato, il compositore non può piegarsi al pensiero della massa. Idee molto romantica appunto, idealista, un po’ anche radical chic e intellettuale-di-sinistra. Per Rossini, invece, il motto intellettuale del “non fare concessioni al pubblico” è del tutto inconcepibile. Lui ha sempre scritto per il pubblico, per divertirlo e per commuoverlo.
La risposta semplice, e un po’ paracula, alla domanda di Wagner è: tutte e due le cose. Il chè è banalmente vero ma di fatto non risponde alla reale domanda che è: “il compositore deve scrivere quello che sa che il pubblico vorrebbe oppure quello che vorrebbe scrivere lui?” Ed è proprio a questa domanda che Wagner, e il Romanticismo e gli intellettuali-di-sinistra con lui, direbbero _l’artista vero deve fare quello che “sente”, senza considerare il pubblico_
Non so cosa risponderebbe Rossini, e non so cosa risponderei io. Credo sia, come quasi sempre, una questione di equilibrio, di dove si decide di fissare l’asticella. Anzi, che forse la difficoltà del fare buona musica (e buona arte in genere) sta proprio nel riuscire a produrre cose innovative e profonde, in qualche modo guidando il gusto collettivo, ma allo stesso tempo senza perdere di vista quello che vuole il pubblico. Sta nell’essere in quel filo sottile tra il buon gusto, la norma, la regola da un lato e la totale libertà di invenzione dall’altro, senza mai cascare in nessuno dei due. E quindi creare il nuovo possibilmente senza scontentare chi ha pagato il biglietto.
Secondo questo metro, Rossini e Wagner non erano poi così diversi.
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