La diversità è un valore. Ce l’hanno detto e ripetuto in ogni campo, dall’agricoltura alla cultura. Semplicemente perché, con buona pace di Mies Van Der Rohe, more is more. O meglio, different is more. O anche, come diceva un collega –meno noto– del precedente “less is a bore!”.
Quello che si dice meno è che perché questa ricchezza nella diversità da potenziale diventi reale, bisogna che le diversità vengano a contatto. Mi spiego meglio: perché le tradizioni siciliane, che sono diverse dalle mie, siano per me una ricchezza, bisogna che io le conosca, che ne venga a contatto, che, in qualche modo, diventino anche parte di me. Altrimenti: 1. se non le conosco che ve lo dico a fare e 2. se le conosco ma me ne frego, che ricchezza possono mai darmi?
È a questo punto che la cosa si fa interessante: l’unico modo per godere della diversità è nel contatto, ma il contatto appiattisce le diversità. Una persona di Napoli che si trasferisce a Milano e di Milano fa il suo ‘nido’, facendo figli eccetera, darà ricchezza a Milano (o meglio, a quel pezzetto di Milano che conosce, e così via per contatto) e ne prenderà ricchezza, ma allo stesso tempo le sue tradizioni napoletane si stempereranno, perderanno di forza e di ‘identità’, diventeranno cioè sempre meno diverse da quelle del ‘recipiente’ in cui si trova, cioè Milano.
La comunicazione uniforma, proprio come due gas a diversa temperatura messi in contatto raggiungeranno un’unica temperatura di equilibrio. Diversa da entrambe le precedenti, ma una sola: niente più diversità. E questo infatti già si vede benissimo: più il mondo si connette più le diversità appaiono evidenti a tutti e più si perdono. I dialetti, che sono diversità e quindi ricchezza, stanno scomparendo, e guarda caso stanno scomparendo proprio ora che tutti (o quasi) sono capaci di riconoscere un pugliese  da un napoletano mentre parlano al telefono in treno: i dialetti italiani non sono mai stati così ben conosciuti e osannati come ora, eppure proprio ora stanno sciogliendosi nel calderone dell’italiano.

Proviamo a continuare nell’analogia termodinamica. Così, pour parler. Se prendete un materiale solido e lo scaldate, succede quello che tutti sanno, diventa prima liquido poi gas (in realtà non sempre, ma vabbè). Quello che si pensa un po’ meno spesso è che quando un solido diventa un gas quello che sta succedendo è che sta aumentando l’omogeneità del meteriale. Cioè, per dirla come si deve, il materiale diventa sempre più simmetrico. Lo stato gassoso è evidentemente quello più simmetrico: mentre un solido ha delle direzioni ‘preferenziali’ e se, ad esempio, lo ruotiamo capiamo subito la differenza, non così per un gas. Questa perdità di simmetria (se raffreddiamo, acquisto se scaldiamo) avviene in modo discontinuo, con quelli che tutti avete studiato a scuola come ‘passaggi di fase’. Giusto per accennare quanto questo paradigma sia diffuso ed importante, la stessa cosa è capitata all’intero universo: cominciato con un discreto caldo (in effetti lo chiamano Hot Big Bang) l’universo era estremamente simmetrico, tutte le forze e particelle che conosciamo era democraticamente unificate in un unico meccanismo, ed è solo raffreddandosi che questo meccanismo simmetrico si è rotto e le particelle e le forze, che prima erano uguali (non è esattamente così, ma più o meno ci siamo), si rivelano diverse, esattamente come un gas si cristallizza con direzioni preferenziali che prima semplicemente non esistevano.
Nell’analogia scaldare non è altro che aumentare le connessioni: un gas è un gas perché le sue particelle si spostano e muovono molto di più di quelle di un liquido, il che avviene appunto dandogli energia (scaldandolo). Dunque, di nuovo, aumentare le connessioni e agevolare la comunicazione aumenta la simmetria, cioè uniforma e omogeneizza.
Questi sono le eue facce della comunicazione: se da un lato rendono palesi, e dunque utili nel breve termine, le differenze, dall’altro le diluiscono nel lungo. Resta da vedere quanto l’equilibrio che si raggiunge abbia giovato o meno dall’aver inglobato queste differenze. (Per tornare agli slogan, ce n’è uno che fa al caso nostro, ed è “more is different”*)
E questo succede un po’ ad ogni cambiamento: qualcosa si acquista e qualcosa si perde. Forse siamo sufficientemente bravi da poter decidere di conservare alcune cose e portarcele dietro senza farle diluire nel gas culturale che ci circonda?

*È il titolo di un articolo illuminante del fisico Anderson, molto bello e piacevole da leggere e che c’entra anche con quello che sto scrivendo, ma di cui non parlerò. Pubblicato su Science nel 1972, potete trovarlo, ad esempio, qui.