Questo agosto ho guardato le Olimpiadi. Non in modo esagerato, ma se lo confronto alla mia frequenza media di sport guardato, posso decisamente dire che per i prossimi due anni sono a posto. Questo per dire che sono tra quelli che si guardano tutti i mondiali di calcio, ma che ignorano totalmente quello che succede nel campionato.

Mi è piaciuto guardare le Olimpiadi, mi sono anche emozionato. Pensavo fosse una specie di spirito patrio che mi si smuoveva dentro, ma poi ho capito che no (o almeno non solo), perché mi sono emozionato anche a vedere la finale (o semifinale, sto velocemente e serenamente obliando) di pallavolo Stati Uniti – Serbia. Mi sono emozionato a vedere le ragazze statunitensi tristi, che perdevano per pochi punti al tie break (ok, c’era anche la componente “pallavolo femminile” che non andrebbe trascurata).

Conclusione parziale: lo sport è (/può essere) emozionante.

Questo mi ha fatto fermare un attimo e pensare. Perché da una parte ho sempre sentito che nello sport ci sono dei meccanismi che mi turbano, dall’altra una cosa che fa emozionare qualcosa di buono lo dovrà pure avere.

Le Olimpiadi, che ve lo dico a fare, nascono in Grecia, in un qualche secolo avanti cristo che non ricordo. C’è anche tutta una bella leggenda (più d’una a dirla tutta), su Pelope e Ippodamia e una corsa di carri (truccata, si comincia molto male). Queste quelle antiche. Quelle a cui siamo abituati nascono a fine Ottocento: De Coubertin e via dicendo.
A volte si sente dire che la cultura occidentale nasce dall’antica Grecia. Passando per Roma e poi per il Cristianesimo, direi che grossomodo è vero: se vogliamo trovare una culla culturale, quella è. E le Olimpiadi non fanno eccezione.
Il punto è che la cultura dell’antica Grecia ha tanti lati positivi, ma ne ha anche tanti negativi. Dopotutto  (o forse prima di tutto) era una civiltà guerriera. L’eroe era il guerriero. Poi sì, c’è tutto l’universo artistico, quello scientifico, quello democratico. Ma l’eroe era il guerriero, non lo scienziato, né l’artista, né il politico. L’eroe era Achille. Era bello, giovane, forte, veloce, vincitore, ambizioso, arrogante, orgoglioso, iracondo, spietato, vendicativo.
I valori Olimpici, quelli antichi, erano i valori di una civiltà guerriera. Erano i valori del vincere. Apprezzo il tentativo di De Coubertin: “l’importante è partecipare”, ma ahimè i valori che le Olimpiadi si portano appresso sono proprio l’opposto: se vinci vali, se non vinci non vali nulla: Vincere è l’importante. L’importante è mostrare quanto sei forte. (qui Eva Cantarella che parla dei giochi olimpici nell’antichità, infinitamente più interessante di quello che state leggendo) (e forse questi stessi valori guerrieri, che messi così nero su bianco ci fanno se non altro storcere il naso, sono anche alla base del fatto che la cultura occidentale è diventata quella dominante. insomma è tutto un po’ intrecciato)
E, pensandoci un secondo, le Olimpiadi sono una forma di guerra mondiale. Essere ben piazzati nel medagliere olimpico è un indice del potere di una nazione, del suo prestigio, del suo benessere, di quanto conta a livello mondiale. Il prestigio è il motivo per cui i paesi sovrani mettono soldi nello sport. E gli atleti olimpici sono gli eroi del nostro tempo: ricevono medaglie quando vincono, sono amati da tutta la patria, quelli italiani sono pure a tutti gli effetti (e giustamente, in questo senso) nelle file dei corpi armati.
Quello che voglio dire è che le Olimpiadi in particolare e lo sport in generale sono uno scontro. C’è chi vince e c’è chi perde. E, mentre si potrebbe ben dire “l’importante è partecipare” — come capita quando la dimensione del gioco prevale su quella del celòpiùlunghismo (ho sempre odiato quando si sta facendo un -qualsasi- gioco tra amici e c’è quello che se la prende se perde perché lui voleva vincere, e si mette a guardare il pelo nell’uovo nelle regole per bacchettare quello che, del tutto inconsapevolmente, ha fatto una cosa non perfettamente in linea col regolamento, e così facendo rovina il motivo per cui si era cominciato: divertirsi insieme) — quando un gioco diventa sport, quando dietro ci sono soldi, o, peggio, prestigi nazionali, l’importante è vincere. E allora è la dimensione della guerra a prevalere sul quella del divertimento e del gioco. È una spinta che facilmente acuisce le divisioni, le visioni stereotipate dell’altra parte, la presa in giro dell’avversario (questo video ne è un esempio). Non dico affatto che sia inevitabile, ma per evitarlo bisognerebbe saper riderci su: prendere troppo sul serio le cose sbagliate può essere pericoloso. E lo sport è una cosa da non prendere molto sul serio (per lo meno da parte di chi lo sta guardando).

Poi c’è tutta un’altra parte che riguarda invece una specie di sfida con i propri limiti. E qui mi affascina questo: persone che dedicano buona parte della propria vita (o forse giovinezza) a perfezionare in maniera ossessiva un gesto che di per sé è totalmente e palesemente inutile. Non serve a nulla. A cosa serve saltare 2 metri e rotti? Come si fa a spendere 15 anni di vita con l’obiettivo principale di buttarsi dal trampolino e fare settordici giri in aria prima di entrare in acqua, e senza fare schizzi? C’è qualcosa in tutto ciò che mi affascina molto. Mi sembra un po’ come scalare un montagna, fare una fatica enorme per arrivare in cima, e poi? E poi nulla, ma farlo è bellissimo. E non ti danno nemmeno la medaglia.