Democrazia, si sa, è una parola greca. E, come altrettanto si sa, viene direttamente da Atene. Lì funzionava che le decisioni per il governo della città venivano prese in Assemblea (che non è greca, ma francese: ad Atene si chiamava Ecclesia). Ma non tutti partecipavano: solamente i cittadini ateniesi adulti. Che detta così può sembrare moltissimo, e in effetti è molto, ma anche molto meno di quanto sembra, perché essere cittadini ateniesi non era facile. Bisognava, evidentemente, non venire da fuori (niente ius soli insomma) ma essere ateniesi di sangue. Bisognava inoltre essere uomini liberi, che, con buona pace del moderno mito dell’Atene democratica, significava solo una porzione (alcuni dicono meno della metà) della popolazione: il resto erano schiavi. Dunque, secondo le stime degli storici, pare che si oscillasse tra 10 e 20 persone ogni 100. Più o meno come se a Montecitorio sedessero 6 milioni di deputati. Era insomma un’assemblea di qualche decina di migliaia di migliaia di persone, più o meno come a un concerto degli u2, e votavano per alzata di mano.

Una roba simile si ripropone nel Medioevo, in quel pezzo fantastico di storia italiana (e non, ma prendiamoci ‘sta licenza patriotica) che è l’età comunale. Anche lì la città era governata da un’assemblea (aveva vari nomi, parlamentum, arengo, ma anche altri), formata da una porzione di cittadini. Maschi, adulti, non ‘stranieri’, che pagavano le tasse (i poveri erano esclusi) + alcuni altri vincoli variabili da una città all’altra. Dato che tutto sommato le città medioevali erano poco popolose (parlo senza congnizione di causa, sappiatelo), causa crisi demografica post crollo dell’Impero, direi che le assemblee comunali fossero parecchio più piccole dell’Ecclesia ateniese. Ad esempio, a Firenze si riunivano nel battistero di San Giovanni (ma potrei ben sbagliare), che, per quanto sia grande, di certo non è uno stadio di calcio e potrà contenere al massimo qualche centianio di persone. Loro non la chiamavano democrazia, ma Governo di Popolo, che in effetti è la traduzione letterale di democrazia.

Quello che volevo dire con tutto questa roba è che la democrazia ‘originale’ non era rappresentativa, era un governo di tutto il popolo –o meglio, di tutta la parte che ne aveva diritto. Dunque non esistevano elezioni dei membri delle assemblee.

Io ho un problema con le elezioni, ed è questo: mi irrita che a governare sia quel gruppo di persone che come competenza principale (di fatto la sola necessaria) ha la capacità di farsi eleggere, di prendere voti, di convincere le persone, di farsi conoscere, di ‘scalare il partito’. Perché è un bel dire ‘se non ti piace non lo voti’: quelli che si possono votare sono tutti arrivati lì per le competenze dette. Non solo: in una democrazia elettiva il contrario non è possibile mai, non è possibile che qualcuno che è (o meglio sarebbe) splendido nell’amministrare arrivi a farlo se prima non si è fatto conoscere, se non ha scalato il partito, se non è capace di parlare in pubblico e farsi pubblicità.
Ecco, nelle democrazie elettive va al potere chi è più bravo a farsi pubblicità. E si dirà ‘ma non è poi così vero, al massimo vale per un esordiente, per uno che non ha mai dimostrato se è capace o no, ma appena si dimostra incapace non verrà più rieletto’. Ma sappiamo benissimo tutti che non è così, che se uno dimostra di non essere capace, basta che sia ancora più bravo a vendersi, e verrà rieletto, come è ampiamente dimostrato dai fatti. Sarà una banalità, ma mi pare valga la pena sottolineare quindi che nelle democrazie elettive non viene richiesta né incentivata la reale competenza dei candidati amministratori, per lo meno non come qualità principale. Per non parlare della totale disincentivazione del prendere posizioni che si ritengono giuste, ma che nel breve termine sono del tutto impopolari: insomma, l’annoso probelma dell’orizzonte cortissimo dell’elettorato che si ripresenta come orizzonte delle prossime elezioni del politico.

Certamente, se l’elettorato (eccoci) fosse culturalmente maturo (terreno minato) e mediamente informato, allora –forse– la democrazia elettiva sarebbe niente male, e molti dei suoi problemi non si presenterebbero. Allo stesso modo è una forma di governo affatto male la monarchia assoluta quando il re è un bravo re, va da sé. Ogni tanto penso –come tutti immagino– che il diritto di voto andrebbe subordinato ad un esamino periodico di cultura e storia di base, non si parla tanto di meritocrazia? non ci vedo niente di male al fatto che votino solo quelli che abbiano un minimo di conoscenze, ma forse sto delirando.

C’è anche chi ha proposto, e non è una provocazione, una democrazia sorteggiata, dove cioè i membri del parlamento sono semplicemente sorteggiati, con una certa periodicità, tra la popolazione. Non ci sarebbero tutti i problemi di cui sopra, ma ce ne sarebbero evidentemente altri, probabilmente più grandi ancora. Oppure un sistema misto, con una parte di deputati eletti e una parte sorteggiati. Guardate anche qui, soprattutto l’ultima voce.

Ricapitolando, le democrazie ‘antiche’ erano veri governi popolari e potevano esserlo perché erano piccole, mentre quando i numeri crescono comincia ad essere impossibile una democrazia vera e propria (o –come si dice– diretta, il che porta a discorsi di pentastellata memoria, che evito bellamente). Dunque il problema sta nei numeri, e forse è una riproposizione (non oso dire conferma) della teoria umilmente scritta qui. Si passa quindi ad una democrazia elettiva, che ha però una serie di fastidiosi problemi e controsensi. E, per quel che posso vedere io, non mi sembra che questi problemi siano discussi a sufficienza, e che si tende a vedere la democrazia elettiva come La forma di governo popolare, l’unica possibile, mentre così affatto non è.